Web company e governi europei: crisi e sotterfugi!

La crisi c’è e si sente soprattutto in Europa: dopo il dibattito sollevato dal Governo Francese, anche il Regno Unito ha iniziato a palesare l’insofferenza verso le scappatoie fiscali usate dalle grandi compagnie del web.

Da un articolo pubblicato sul New York Times si evince ad esempio che Google sebbene abbia registrato un fatturato di 4 milioni di euro in Gran Bretagna, ha versato tasse per un valore molto inferiore rispetto al previsto, in quanto l’azienda ha sede fiscale a Dublino e quindi, sottosta ad un’aliquota inferiore a quella inglese.

Amazon, società con sede a Lussemburgo, ha ricevuto una richiesta di riscossione di tasse agenzia francese di riscossione delle imposte pari a 252 milioni di dollari, ma le agevolazioni fiscali operate nel paese di domicilio dell’azienda hanno ridotto gli importi.

Anche la commissione parlamentare della Gran Bretagna ha sollevato ad Andrew Cecil, direttore delle politiche pubbliche per Amazon in Europa, la stessa incongruenza: Cecil si è giustificato dicendo che le operazioni di acquisto avvengono in territorio lussemburghese, ma il presidente della commissione, Margaret Hodge si è dimostrata scettica sulla dichiarazione in quanto ha personalmente acquistato un libro dal sito britannico Amazon.co.uk.

In realtà la situazione è alquanto delicata e di difficile gestione: le operazioni fiscali di queste aziende non possono essere giudicate illegali, ma al tempo stesso, i governi lanciano continue richieste di collaborazione, cercando di convincerli ad abbandonare tutti quegli escamotage che li favoriscono fiscalmente.

La maggior parte delle company web infatti rivendicano il diritto di versare i tributi agli Stati Uniti, dove sono allocate le ricchezze tecnologiche e intellettuali delle società.

In Germania, il governo sta lavorando ad una legge che regoli un’altra questione che riguarda Google ed in particolare i profitti pubblicitari derivanti dallo sfruttamento delle news generate dai giornali online: il motore di ricerca ha infatti minacciato il blackout sui mezzi di comunicazione che avanzeranno pretese sugli introiti derivanti dalla pubblicità.




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