Poste Italiane ha compiuto un passo decisivo su TIM: dopo la chiusura della prima finestra dell’offerta, il gruppo guidato da Matteo Del Fante è salito al 66,63% del capitale. Un risultato che cambia gli equilibri dell’operazione e apre a scenari industriali e societari molto rilevanti.
Le adesioni arrivate dagli azionisti di TIM sono state quasi 994 milioni di titoli, pari al 46,5% del capitale. A queste si aggiungeva già il 20,1% detenuto da Poste, portando così il controllo oltre la soglia dei due terzi. Una soglia che non vale solo in termini numerici, ma anche per il potere di incidere sulle decisioni più importanti della società.
Poste e TIM: il nuovo equilibrio dopo il 66,63%
Superare i due terzi del capitale significa avere in mano una maggioranza capace di orientare anche le assemblee straordinarie. In pratica, Poste può contare su un peso determinante in scelte come fusioni, modifiche statutarie o trasformazioni societarie. Non si tratta ancora di un controllo totale, ma di una posizione già molto forte.
Il presidente esecutivo e amministratore delegato di TIM, Pietro Labriola, aveva lasciato intendere che il quadro si sarebbe definito soprattutto negli ultimi giorni. E infatti la spinta decisiva è arrivata proprio a ridosso della chiusura, con un’accelerazione delle adesioni nella sola giornata di venerdì. Anche Labriola ha consegnato le proprie azioni, giudicando l’offerta congrua e coerente dal punto di vista industriale.
Quali scenari si aprono per gli azionisti TIM
Con il 66,63% in portafoglio, Poste può già incidere in modo concreto sulla strategia futura di TIM. In teoria, potrebbe anche favorire una fusione in una società non quotata, ipotesi che trasformerebbe gli attuali soci di minoranza in azionisti di un gruppo privato e quindi meno liquido sul mercato. Non è detto che questa sia la direzione scelta, ma la possibilità esiste ed è tutt’altro che marginale.
La soglia che farebbe scattare l’obbligo di acquistare tutte le azioni residue è invece il 90%, ancora distante. Solo oltre quel livello si aprirebbe la prospettiva concreta del delisting, cioè dell’uscita di TIM da Borsa Italiana. Per ora, quindi, l’operazione è riuscita ma non è ancora arrivata al suo punto finale.
Le prossime tappe dell’operazione Poste-TIM
La partita non è chiusa: una nuova finestra di adesioni riaprirà dal 21 al 25 settembre, per altre cinque sedute di Borsa. Poste aveva rinunciato alla soglia minima del 66,67% come condizione di successo, quindi l’operazione è già considerata valida. Tuttavia, le prossime giornate potrebbero aumentare ancora la partecipazione e avvicinare ulteriormente il gruppo al 90%.
Dal punto di vista economico, l’offerta prevede 1,97 euro in contanti più 0,218 azioni proprie di Poste per ogni titolo TIM consegnato. In caso di adesione totale, l’esborso complessivo sarebbe di circa 3,3 miliardi di euro, coperti attraverso debito bancario. Il nuovo polo avrebbe lo Stato come primo azionista con il 50,1%, circa 150.000 dipendenti e sinergie stimate in 700 milioni di euro all’anno. Una combinazione che potrebbe ridisegnare il settore delle telecomunicazioni in Italia e, più in generale, il rapporto tra infrastrutture digitali, logistica e controllo pubblico.
