Il governo degli Stati Uniti ha scelto di intervenire in una delle cause più delicate per il futuro dell’intelligenza artificiale: quella tra OpenAI e il New York Times. Il Dipartimento di Giustizia ha infatti presentato una dichiarazione di interesse a sostegno dell’azienda californiana, che è accusata dal quotidiano di aver usato articoli online per addestrare i propri modelli senza autorizzazione né compenso.
La vicenda, iniziata alla fine del 2023, mette al centro il tema del copyright nell’era dei modelli linguistici di grandi dimensioni. Per il New York Times, alcuni output di ChatGPT riprodurrebbero parti di articoli protetti, arrivando in certi casi a copiare passaggi quasi identici o ad aggirare il paywall. OpenAI e Microsoft, dal canto loro, ribadiscono che l’addestramento rientra nel cosiddetto fair use, cioè nell’uso trasformativo di materiali coperti da diritto d’autore.
OpenAI, fair use e l’intervento del governo USA
La posizione del Dipartimento di Giustizia segue proprio questa linea: secondo il governo statunitense, il New York Times starebbe cercando di restringere eccessivamente la dottrina del fair use, fino a escludere l’addestramento dei sistemi AI. Nella dichiarazione depositata in tribunale, viene sostenuto che limitare lo sviluppo degli LLM sulla base di una lettura troppo rigida del copyright finirebbe per ostacolare il progresso creativo e scientifico, oltre alla competitività economica del Paese.
Il documento cita anche l’ordine esecutivo firmato da Trump nel gennaio 2025, utilizzato come base per giustificare l’interesse dell’amministrazione nel caso. L’idea di fondo è chiara: gli Stati Uniti avrebbero bisogno di mantenere una leadership globale nell’intelligenza artificiale, anche per definire standard e prassi che possano influenzare il settore a livello internazionale.
Le accuse del New York Times e la risposta di OpenAI
Il New York Times accusa OpenAI di aver sfruttato contenuti editoriali protetti senza alcuna licenza, trasformando il lavoro giornalistico in materiale di addestramento per i propri modelli. Secondo il quotidiano, questo non solo danneggerebbe gli editori, ma metterebbe anche a rischio la sostenibilità economica dei contenuti creati da esseri umani, che restano fondamentali per un ecosistema informativo sano.
Il giornale ha chiesto un risarcimento danni miliardario sia a OpenAI sia a Microsoft, considerata il principale investitore dell’azienda. Le due società respingono le accuse e sostengono che l’uso dei contenuti sia legittimo proprio perché finalizzato a creare sistemi capaci di generare risposte nuove e diverse rispetto al materiale originale. In altre parole, l’addestramento dell’AI non sarebbe una semplice riproduzione, ma un processo trasformativo tutelato dalla legge.
Perché il caso può pesare sul futuro dell’AI
Questo intervento rappresenta una novità importante: è la prima volta che il governo americano entra direttamente in una controversia legata alla violazione del copyright in ambito AI. Ufficialmente, lo scopo è difendere gli interessi dei cittadini e la competitività del Paese. Ma dietro la scelta potrebbero esserci anche valutazioni strategiche più ampie, legate al peso crescente dell’intelligenza artificiale nell’economia globale.
Non manca poi un possibile retroscena politico-industriale. All’inizio di giugno, Trump aveva ipotizzato l’acquisto di quote di aziende AI, mentre secondo il Financial Times il CEO di OpenAI, Sam Altman, avrebbe offerto il 5% dell’azienda. Elementi che, se confermati, mostrano quanto il caso vada oltre la semplice disputa legale: in gioco ci sono il modello di sviluppo dell’AI, i diritti degli editori e il ruolo che gli Stati Uniti vogliono mantenere in questo settore.







