La Commissione europea ha inflitto a Google una sanzione complessiva da 890 milioni di euro, contestando due violazioni distinte del Digital Markets Act. Nel mirino finiscono sia il modo in cui Google Search valorizza i servizi del gruppo rispetto ai concorrenti, sia le regole di Google Play che ostacolano il collegamento verso offerte esterne, spesso più convenienti.
Le decisioni, pubblicate il 23 luglio 2026, chiudono indagini avviate nel marzo 2024, a pochi giorni dall’entrata in vigore degli obblighi per i grandi operatori digitali designati come gatekeeper. Bruxelles chiede ora a Google di correggere le pratiche ritenute scorrette entro 60 giorni.
Google e il Digital Markets Act: le contestazioni dell’Ue
La prima sanzione, pari a 460 milioni di euro, riguarda Google Search. Secondo la Commissione, il motore di ricerca avrebbe favorito in modo non equo i propri servizi verticali, come quelli legati ad acquisti, hotel, trasporti e sport. Il problema non è solo la posizione nei risultati, ma anche la forma della presentazione: riquadri più visibili, elementi grafici avanzati, dati strutturati e funzioni interattive possono garantire un vantaggio sostanziale rispetto ai concorrenti.
Per Bruxelles, il principio fissato dall’articolo 6 del DMA è chiaro: le condizioni di ranking devono essere trasparenti, eque e non discriminatorie. Se i servizi interni ricevono una superficie visiva più ricca di quella riservata a piattaforme terze con funzioni simili, il risultato può tradursi in un indebito self-preferencing. La Commissione non chiede di eliminare i moduli proprietari, ma di garantire pari trattamento a chi opera sul mercato.
Perché la ricerca è il nodo più delicato
Intervenire su Google Search non è semplice, perché la pagina dei risultati non è più composta solo da link testuali. Oggi include schede informative, mappe, caroselli, moduli commerciali, dati strutturati e, sempre più spesso, contenuti generati o sintetizzati dall’intelligenza artificiale. Ogni componente ha logiche diverse e la loro integrazione rende complesso definire una vera parità di accesso alla visibilità.
Google sostiene da tempo che alcuni obblighi del DMA riducano la qualità dell’esperienza in Europa, soprattutto per funzioni legate a voli, hotel e ristoranti. L’azienda ritiene che una separazione troppo rigida possa favorire gli intermediari e rendere meno immediato il rapporto tra utenti e fornitori finali. La Commissione, però, mantiene la linea: non conta solo la qualità del servizio, ma anche il modo in cui viene presentato all’utente.
Google Play e le restrizioni verso offerte esterne
La seconda sanzione, da 430 milioni di euro, riguarda Google Play e il cosiddetto anti-steering. In base al DMA, gli sviluppatori devono poter informare gratuitamente gli utenti su offerte esterne e indirizzarli verso canali alternativi, come siti web o store concorrenti, senza barriere che svuotino di utilità commerciale questa possibilità.
Secondo la Commissione, Google avrebbe imposto condizioni che ostacolavano la promozione di prezzi più bassi e la conclusione del contratto fuori dall’ecosistema Play. Bruxelles riconosce il diritto della piattaforma a un compenso per l’acquisizione iniziale del cliente, ma contesta commissioni e limiti temporali considerati eccessivi. Per questo, oltre alla multa, Google dovrà rimuovere le clausole non conformi e consentire agli sviluppatori maggiore libertà nella comunicazione delle offerte.
Nel frattempo, si apre anche il fronte delle funzioni basate sull’intelligenza artificiale, come AI Overview e AI Mode. La Commissione ha lasciato intendere che gli stessi principi potrebbero valere anche per questi strumenti, se dovessero favorire i servizi di Google o comprimere la visibilità dei concorrenti. Google respinge le accuse, valuta il ricorso e sostiene che le modifiche richieste rischino di peggiorare i prodotti per gli utenti europei.







