Il ricercatore Ralf Philipp Weimann ha mostrato, durante una conferenza sulla sicurezza informatica Blackhat, il modo in cui i malware raggiungono gli smartphone via Gps. Per effettuare il tale test Weimann ha sfruttato un errore di programmazione della funzione Gps. Quasi tutti gli smartphone “moderni” utilizzano per la localizzazione il cosiddetto segnale A-Gps (Assisted Gps). Di solito servono 12 minuti circa per calcolare la posizione dei dispositivi e solo successivamente il Gps ricerca i satelliti disponibili e individua la località in base a un calcolo complesso.
Con il segnale A-Gps lo smartphone riduce di molto i tempi di localizzazione appoggiandosi alla rete telefonica e alle reti Wi-Fi circostanti. Weimann ha scoperto che i dati che il telefono e la rete mobile si scambiano non sono cifrati. Durante la conferenza ha dimostrato come, attraverso questo flusso di dati, i malintenzionati possono intercettare e assumere il controllo del dispositivo.
Quindi è molto più semplice portare a termine un attacco se lo smartphone, durante la fase di localizzazione, è collegato a una rete Wlan pubblica, altrimenti l’hacker deve utilizzare una rete cellulare separata.
Siccome i dati Gps, nella maggior parte dei dispositivi, vengono eseguiti direttamente sul processore principale, l’hacker può inserire il codice maligno senza che i tradizionali meccanismi di sicurezza lo riconoscano.
Per prova è ha introdotto un malware su un telefono Android che ordina al dispositivo d’inviare, ogni volta che avviene una localizzazione Gps, i dati del luogo individuato a un server esterno. Sul telefono possono essere eseguiti contemporaneamente anche altri codici malevoli.
Secondo il ricercatore, i produttori stanno già lavorando a un chip Gps crittografato che sarà disponibile però solo sulle prossime generazioni di smartphone.











