Quando la crittografia aiuta a proteggere i criminali

Un uomo di Philadelphia, sospettato di essere in possesso di materiale pedo pornografico, è in carcere da 7 mesi e ci resterà (forse) fino a quando non accetterà di consegnare alla polizia le password per accedere ai suoi due dischi fissi esterni.

Crittografati con il software di Apple FileVault, i dati all’interno degli hard disk sono illeggibili a chi non possiede la parola chiave. Il caso è complesso perché non c’è alcuna accusa formale di pedofilia.

La polizia ha solo dei dubbi, nati dalle dichiarazioni di una testimone. Per provare la colpevolezza del sospettato gli agenti devono avere l’accesso ai dischi fissi e al materiale che contengono. Secondo l’avvocato della difesa, il suo cliente dovrebbe essere rilasciato con effetto immediato, ma il governo non la pensa allo stesso modo.

C’è una legge negli USA che dà alle forze di polizia l’autorizzazione a chiedere l’accesso a file personali, email e più in generale dati raccolti all’interno di computer, smartphone e tablet, anche se ci sono solo sospetti, senza prove che sia stato commesso un crimine. 

Secondo la costituzione americana però nessun indagato può essere obbligato ad auto-incriminarsi. Viene da pensare che se l’uomo non avesse nulla da nascondere non avrebbe problemi a consegnare le password alla Polizia.

Resta poi il dubbio che la crittografia possa trasformarsi in un’arma a doppio taglio che da un lato protegge la privacy e dall’altro ostacola le indagini contro i criminali. Questo caso rischia di risolversi con un buco nell’acqua.

Facciamo riferimento anche al recente aggiornamento del colosso Whatsapp che ha introdotto la crittografia anche nella sua chat. Cosi facendo, eventuali criminali non potrebbero essere intercettati

Voi che ne pensate?




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